Il mio paese è così. Mezzo sgangherato, mezzo qualunquista. Il mio paese è fatto di gente che lavora col magone, perché oggi sì, domani forse, dopodomani chi lo sa. E' fatto di ragazzi che si metton su casa coi vecchi mobili delle nonne, di donne incinte che si fanno tutto il viaggio sul bus in piedi, o che allattano alla scrivania dell'ufficio. Di treni sporchi o colorati dagli spray, di carrozze impolverate, di giovani di colore vicino ai quali non si vuol sedere nessuno. Ma c'è anche il mio paese delle piccole librerie stracolme, dei caffé con gli specchi, degli antichi palazzi dipinti, degli architetti che immaginano il futuro, degli studenti che parlano tante lingue e s'incontrano, si capiscono; dei galantuomini vecchio stampo che non hanno perduto il buon sapore dell'onestà. Il paese di mio padre.
Oggi la pioggia cadeva fine fine e Genova era tutta grigio perla; io camminando mi sentivo così stupidamente, meravigliosamente libera, i capelli scompigliati dal vento, i progetti scompigliati dal destino, fragile e trasparente, perché senza paletti e sicurezze, ma al tempo stesso addolcita da un senso di casa.
E Venerdì resteremo in piedi col cuore in mano, resteremo in piedi con la memoria sulle labbra, in piedi davanti a quei nomi, a quelle vite piegate nel buio, a quelle fedi germogliate nel coraggio. Starò in piedi e penserò a Bisagno che andava alla casa dei miei nonni, lassù, in Granarolo, a Saetta, a Franceschi, Pareto, Bini, Scrivia, Maurizio...
Ti cantiæ l'inno di Partigen...
Sêunna cianin, cianin, cianin...











Piccole provviste mentali raccolte da Simona e mescolate in: civitas
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